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NON CI FAREMO INTIMIDIRE

NON CI FAREMO INTIMIDIRE

Intervista di “Libero” ad Andrée Ruth Shammah

“Interrompere la convenzione con l’Accademia di Brera? Quegli studenti farebbero solo danno a se stessi, perché dovrebbero rinunciare agli sconti e alle agevolazioni in vigore per i nostri spettacoli…”. Andrée Ruth Shammah, fondatrice e direttrice artistica del Teatro Franco Parenti nonché tra le promotrici di una petizione che ha raccolto più di 20.000 firme in difesa delle donne israeliane uccise e stuprate dai terroristi di Hamas durante l’attacco del 7 ottobre scorso, spiega a Libero perché le ultime proteste dei collettivi pro Palestina non hanno senso di esistere. Un cortocircuito in piena regola. Martedì, nel Cortile Magnolia dell’Accademia, la solita manciata di militanti rossi ha organizzato un’assemblea per chiedere all’ateneo di prendere posizione contro l’evento che andrà in scena al Parenti due giorni dopo, dal titolo “La Verità sul conflitto israelo-palestinese” e con la partecipazione di Eylon Levy, ex portavoce del governo israeliano, Hillel Neuer, direttore esecutivo di Un Watch, e Rawan Osman, fondatrice di Arabs Ask. “Un’iniziativa apertamente di matrice sionista”, sentenziano quelli di Cambiare Rotta. Attaccando un’istituzione milanese, il Franco Parenti, che da più di cinquant’anni rappresenta un punto di riferimento culturale nel panorama milanese, nazionale e anche internazionale.
Direttrice, dicono che il Parenti sia un avamposto del sionismo…
“Questi ragazzi parlano di sionismo ma probabilmente non sanno nemmeno cosa voglia dire. Il nostro teatro ha quattro sale ed è aperto 365 giorni all’anno: sa qual è la percentuale di attività relative alla cultura ebraica? L’uno per cento, forse il due… E io sono l’unica ebrea su 150 persone che lavorano qui. Di cosa stiamo parlando? Il nostro teatro è nato per dare voce a chi non ne aveva. Tutte le iniziative trovano spazio da noi. Il Parenti è un luogo di libertà, vivo, che fa tanto per la città. Se poi c’è un gruppetto di studenti dell’Accademia di Brera che parla di cose che non sa… Una cosa, però, è certa.
Quale?
“Che noi siamo figli di un’Europa le cui radici sono giudaico-cristiane. Culturalmente è quindi doveroso studiare il pensiero e la filosofia che fanno capo alle nostre origini. L’evento del 6 giugno avrà ospiti di calibro internazionale, poi ognuno è libero di partecipare o meno: siamo in democrazia. Se poi si vogliono togliere i crocifissi e non si vuole studiare Dante quello è un altro discorso ed è problema dell’Occidente che odia se stesso, non nostro…”.
Ideologia o ignoranza da parte dei collettivi?
“Ignoranza. Specie in una fase storica in cui sarebbe un dovere culturale sapere cosa sta succedendo e dunque sapere di cosa si parla. Questi studenti, invece, cantano “dal fiume al mare” senza nemmeno sapere qual è il fiume e qual è il mare e soprattutto che ciò comporterebbe l’eliminazione di Israele. La responsabilità, però, è degli insegnanti che non spiegano la storia. Di chi tace e di chi ha paura a dare informazioni. A meno che si debba far passare il messaggio che bisogna distruggere Israele… C’è un silenzio assordante da parte degli adulti davanti ai giovani”.
Delle “acampade” che idea si è fatta?
“Sono il frutto di questa non conoscenza. Non è colpa dei ragazzi. Se poi sapessi che sanno tutto rispetterei le loro opinioni personali. Ma ciò che dicono non può essere il pensiero unico. Per questo vorrei sottolineare che sarebbe molto utile dare voce alla maggioranza silenziosa e non fare da eco a della gente che non ha nozioni adeguate.
Con l’Accademia di Brera avete discusso delle proteste in atto?
“Sì, abbiamo parlato coi responsabili e non c’è alcuna intenzione di interrompere la convenzione. Andiamo avanti. Siamo pieni di giovani che partecipano ai nostri spettacoli e alle nostre conferenze: ripeto, stoppare tutto ciò significherebbe rinunciare ai vantaggi economici oggi previsti per i ragazzi. Non avrebbe alcun senso. Sarebbe solo peggio per loro…”.