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SENZA CORAGGIO FINISCE LA CIVILTÀ

SENZA CORAGGIO FINISCE LA CIVILTÀ

Assia Neumann Dayan

È una perdita di tempo incalcolabile chiedere conto di qualcosa alle persone. È una regola generale questa, applicabile più o meno a tutto, e a tutti. Se qualcuno ti fa un torto, se qualcuno mente, è perché vuole farlo. Poi c’è il movente, più o meno valido, le attenuanti, più o meno valide, gli incidenti, se qualcuno crede agli incidenti nei rapporti tra le persone. È da un anno e mezzo che si chiede, in maniera più o meno velleitaria, più o meno paranoica, di dire qualcosa: perché non parli del 7 ottobre, perché non parli di questo, o di quello, o di quell’altro, perché non parli dei bambini, degli stupri, di questo, di quello e di quell’altro. Lo si è chiesto, e detto, e ripetuto, allegando documenti, foto, video, mappe geografiche, articoli del diritto internazionale, editoriali e libri di uomini illuminatissimi, ma dall’altra parte non c’è niente. Non parlo di chi discute sui social, pratica assolutamente inutile, dove per ogni articolo della Convenzione di Ginevra se ne ribatte con un altro uguale e contrario, io parlo di quelli che hanno un ruolo accreditato. Lo si è chiesto alla sinistra, di dire qualcosa, al PD, alle transfemministe, credo anche ai parenti della sinistra, del PD e delle transfemministe. Se non dicono niente, è perché non vogliono dire niente. Se Beppe Sala dice che non illuminerà di arancione il Comune di Milano per i Bibas perché quello è un messaggio politico, oltre a mentire perché una lampadina per due bambini morti ammazzati non è un messaggio politico, è perché non vuole farlo. Non vuole, non so perché, di certo lo immagino, ma non vuole fare quella cosa per due bambini. La civiltà finisce per mancanza di coraggio, figuriamoci a Milano. Se il PD in questo anno e mezzo si è scoperto timido, se non per dire le nuove paroline che ha imparato all’asilo intersezionale – “genocidio”, “pulizia etnica”, “apartheid” – è perché non ha niente da dire sulla questione se non una lallazione alla loro portata. Il movimento transfemminista, quello che ha fatto entrare gli uomini nel femminismo con un gioco di prestigio in modo da umiliare le donne, è entrato in mutismo selettivo sulla liberazione di Arbel Yehud. Dopo anni passati a inventare vocali, a parlare di “tutti maschi”, patriarcato, anni di esecuzioni pubbliche avendo messo sullo stesso piano omicidio e fischi per strada, davanti alla scena di una donna terrorizzata in mezzo a centinaia di uomini non hanno emesso un fiato, non uno. Quel movimento è un tradimento per tutte le donne, e non solo per le donne ebree: quella scena riguardava tutte, anche loro. Io però non mi aspetto niente da nessuno, figuriamoci da gente che dice “la sicurezza sono i servizi sociali per tuttu”. Non chiedo conto di un silenzio, il silenzio lo accetto; semplicemente, si vota altro, non si va in manifestazione, si scrive una cosa come questa, non si danno soldi ad Amnesty. Io posso arrivare a capire una posizione diversa dalla mia perché ho fatto in modo di vivere tutta la mia vita senza debiti di riconoscenza con nessuno, nemmeno con Israele, posso capire le risposte facili, i “genocidio” e i “crimini di guerra” per sentirsi parte di un gruppo, quello che io non posso capire, né accettare, è un’ipocrisia così deludente. Non toglie, e non toglierà mai, niente a nessuno dire la verità, e la verità è che si può, e si deve, stare dalla parte delle vittime, che siano palestinesi o israeliane. Io l’ho capito quando le persone a cui si chiede conto, la sinistra, il PD, le transfemministe e gli altri, non hanno mai, ma proprio mai, insistito sul modo più facile per finire la guerra: il rilascio degli ostaggi. Avrebbero dovuto riempire le piazze chiedendolo, e invece hanno appoggiato in maniera consapevole – io non credo all’essere inconsapevoli – il proseguo della guerra e chi parla di resistenza invece che di terrorismo. Stanno facendo in modo che la guerra duri di più chiedendo che la guerra finisca, e questa certamente è una cosa che nessuno dovrebbe tollerare.